IRENE CASTRIOTA, PRINCIPESSA DI BISIGNANO

Proprio nell’anno della commemorazione del 550° anniversario della morte di Scanderbeg, la straordinaria documentazione rinvenuta, assume grande valore per la storia medievale della Calabria Citra e dell’Albania.

di Italo Elmo

Irene o Irina Castriota, pronipote dell’eroe albanese Giorgio Castriota Scanderbeg, sposò nel 1539 Pietrantonio Sanverino, 4° Principe di Bisignano che si spense a Parigi l’8 sprile 1559. Dal loro matrimonio ebbero due figli: Niccolò Bernardino Sanseverino, Principe di Bisignano dal 1541-1606 e Vittoria Sanseverino. Erina Castriota morì il 15 settembre 1565. Il testamento di morte di Donna Erina Scanderbeg “Testamentu nuncupatium Ill.ma Donne Herina Scanderbech Castriota principissa Bisiniani“, è stato da me rinvenuto nell’Archivio di Stato di Cosenza, Sezione di Castrovillari, nel 1996. L’atto in questione, è tratto dai protocolli del Notar Virginio Carpino di Taverna e si riferisce all’anno 1565, 15 agosto (cc. 210r-213r).

Abbiamo raccolto utilissime informazioni sulla figura magnanima e virtuosa della nobile e grandissima principessa, nonchè luminosa ed incomparabile modello di fedeltà, senza pari. Alla straordinaria bellezza di cui le fu prodiga la natura, ne aggiunse delle altre preziosissime e rare delle quali fece il suo stile di vita ed era in superlativo grado pia, benefica e caritatevole Una principessa che dedicò parte della sua vita ai poveri, con la sua intensa spiritualità, con la sua affascinante umanità, e sopratutto con i suoi averi.

La trascrizione del testo, rispecchia la traduzione integrale e originale delle varie pagine, nella punteggiatura e nelle  parole,  ad eccezione della e commerciale (&), adottata a partire dal medioevo come variante grafica solo minuscola.  La sua presenza comprova che tale segno era pronunciato come “e” e non come “et”, dunque si può definire un relitto di età romana conservatosi nei secoli.

Le notizie sono tratte dall’opera di RUSCELLI GIROLAMO, comparsa in più edizioni (1565, 1566, 1580, 1583), con varie aggiunte, dal titolo “Le imprese illustri con espositioni, et discorsi del s.or Ieronimo  Ruscelli. Al Serenissimo et sempre felicissimo Re Cattolico Filippo D’Austria. Con Gratia et Privilegio. In Venetia : [Damiano Zenaro], 1566 (In Venetia : appresso Francesco Rampazzetto, 1566).

“NON E’ ALCUN DUBBIO, CHE QUESTA IMPRESA dell’Aquila, la quale tiene gli occhi fissi nel  Sol col Motto, CHE MI PUO’ FAR DI VERA GLORIA LIETA, sia fabricata, ò formata da quel veramente tanto precetto del Petrarca.
Tien pur gli occhi qual’Aquila in quel Sole, che ti può far d’eterna gloria degno. Ove si vede, che questa Signora con molta modestia avendo à parlar di se stessa, ha mutata gentilmente la parola del Petrarca DEGNA in LIETA & similmente con molto giudicio, dove il Petrarca disse, ETERNA GLORIA, che potrebbe pure in un certo modo, mostrar di comprendere, e voler far’eterna la gloria mondana, ha voluto questa Signora di, VERA GLORIA, la qual parola non può ristrettamente comprendere altra gloria, che quella, la qual nasca della virtù, e dell’ottime, & tante operationi. Cociosia cosa che secondo il modo del parlar commune, noi diciamo, ò chiamamo eterna gloria quella di Cesare, d’Alessandro, e d’altri infiniti, i quali tuttavia sono stati celebratissimi. Onde non VERA, ma FALSA, & ingiusta gloria si deveria dir la loro, conforme à quella santa sentenza di quel grande, e santo Dottore, Multorum nomina celebrantur in Terris, quorum animae cruciantur in inferno.

L’interpretazione, dunque ò l’esposizione di questa Impresa, si vede chiarissimo, essere in quella Signora il voler proporre, e metter quasi un continuo illustre segno à i suoi pensieri, di dever tutti sissamente, e interamente star sempre rivolti à Dio, sommo Sole, il quale rallustra, e illumina veramente e perfettamente ogni tenebra dell’animo, del core, e d’ogni operatione di chiunque con tal’ottima intenzione, ò desiderio gli tenga sempre rivolti à lui.

Son poi alcuni, i quali vanno interpretando, che questa Impresa fosse fatta da quella Signora non in questa intention, che s’è detta, ma che per quel Sole ella volesse intendere il Principe di Bisignano, suo marito. Il che costoro si fanno à credere per più ragioni. La prima delle quali è che tale Impresa è stata sempre tenuta da le molto secretamente, nè s’intende che altri l’abbia ma veduta se non il Principe suo marito, il quale questi anni, che ultimamente fu in Ispagna, la ragionò, ò descrisse ad una gran Signora Spagnuola, dalla qual poi è uscita in altri, e io ne ho avuta questa notitia. La seconda ragion di costoro, è il sapersi, come questa Signora, di presenza, di volto, di maniere, di favella, e di gratia è tanto bella, che ha forse poche pari in Europa, intendendo sempre Donna GIOVANNA d’Aragona fuor d’ogni comparation umana. Onde voglion costoro, che conforme al parer di tanti Scrittori, sia come impossibile, che una tanta bellezza di volto, e una così gentile e generosa natura d’animo, possa star senz’amore. Et sapendo all’incontro esser cosa notissima, che l’onestà, e santità de’ costumi, e di tutta la vita di lei, non ha lasciato mai cader nel pensiero d’alcun maligno non che de’ buoni, che in essa potesse regnare alcuna minima dimostrazione, ò segno, nè effetto di cosa illecita, e indegna dell’esser suo, vengono ristrettamente à far conseguenza, che adunque ella amasse con tutto il core il detto Principe, suo consorte, e verso lui tenesse volti i suoi pensieri, e che ne volesse far vaga dimostratione, e segno, ò memoria con questa Impresa, onde alcuni di costor vogliono, che questa Impresa fosse fatta da essa Signora in quest’ultima partenza del marito, quando andò alla Corte di SPAGNA, com’è già detto, mostrandoli, che sì come l’Aquila, in qualunque parte del Cielo si truovi il Sole, lo tiene osservato con la vista, così ella faceva verso lui con l’animo e col pensiero, accrescendosi forse in lei questo potente desiderio di vederlo, e seguirlo, dal presagio, che la divinità dell’animo suo le devea dettare, di non aver mai più a rivederlo, se non in Cielo, come con gli effetti avenne. Perciò che fra quei personaggi principali, che il RE FILIPPO con tanto splendore mandò in Francia à far riverentia alla Regina ISABELLA, sua nuova sposa, fu uno il detto Principe di Bisignano. Il quale fra pochi giorni, soprapeso da una grande febbre, se ne passò à miglior vita, con molto dispiacere, come ragionevolmente si deve credere, di tutti i buoni di Cristianità, che per conversatione, ò per presenza, e nome lo conoscevano, e con molto danno del servitio del suo Re, e dello splendore e utile del Regno di Napoli, del quale sì come per sangue, e per grado ò titolo, così ancora per proprio valore, e infiniti meriti suoi era tenuto, e era veramente il primo.

ALTRI poi, sapendo che questa Signora è tutta spirituale, e che supremamente si diletta di leggere le rime divine, non che spirituali, dell’immortal VITTORIA COLONNA, Marchese di Pescara, tengono, non esser forse vero, che la notitia di questa Impresa si avesse dal medesimo principe, com’io ho detto qui poco avanti, ma che più tosto s’avesse doppo la sua morte, essendo forse stata mandata in Ispagna da qualche servitor di detta Signora, ò da qualcuno dello stato e paese suo, e ancor’a altrove una bellissima lettera d’ANDREA Begliocchi, scritta à non so ci Personaggio, nella quale molto distesamente ragionava delle rare qualità di questa Signora, e della santa vita e costumi suoi, non meno in vita, che doppo la morte del Principe, suo consorte. Et però in tutti i modi tengon costoro, che questa Impresa da tal Signora sia stata fatta doppo la detta morte di suo marito, mostrando, che ella tien sempre tutti i pensieri rivolti à lui, e sta tuttavia intenta e preparata, ò desiderosa ad aspettar da Dio le mosse, e gratie di levarsi à volo, e andar da lui, il quale ella chiami il suo sole, sì come sempre la sopra detta Marchesa nelle sue rime chiama parimente suo Sole il Marchese di Pescara, marito suo.
TUTTE queste opinioni, ò espositioni di questi tali, possono gentilmente quadrarsi, e scomodarsi à questa Impresa, senza diminuir punto la gloria vera, l’onestà, e splendore di tal Signora, sapendosi, che ancor nelle sacre lettere son celebrate, e luadate Donne, che sono state inamorate de’ lor mariti. Tuttavia io terrei più credibile, ò più verisimile e ragionevole la prima interpretatione, che di sopra è detta, cioè, che ella sia tutta in sentimento spirituale, e rivolta a Dio. Percioche quantunque la detta Signora si sia sempre fatta conoscere d’amar e riverire il detto consorte e Signor suo, più che la propria vita di se medesima, nientedimeno più che il marito, nè alcun’altra cosa mondana s’intende, che ella si è fatta sempre conoscere d’amare, e riverire IDDIO con tutto il cor suo. Onde ancor che ella sia sia veduta nata di nobilissimo padre, che è il DUCA SAN PIETRO in Galatina, fresco, e principalissimo ramo, ò più tosto ceppo della gran Casa CASTRIOTA, e SCANDERBEGA, e si sia parimente veduta ricchissima di facoltà, maritata à uno de’ primi, e magnanimi Principi di tutto il Regno, e dotata poi dalla Natura, di persona grande, e sembiante regio, nientedimeno più che la nobiltà del sangue, ò grandezza e dignità dello Stato, ò grado, e più che la maestà del sembiante, e vera divinità degli occhi, e principalmente nel vestir suo. Udendosi poi all’incontro essere stata continuamente larghissima nel vestir povere donne, nel maritarle, e dotarle per ordinario ogn’anno quattro, e per straordinario tante, quante ne sapeva, ò intendeva esser bisognose per la fortuna, e meritevoli per l’onestà, e bontà della vita loro. Et così parimente in far nobilissimi ornamenti di Chiese, restauration di lor fabbriche, con farne ancora delle nuove, sì come è quella molto celebrata, sotto nome di SANTA MARIA DI COLORITO nel Territorio di Murano in Calabria. Et degna di gloriosa memoria a santa, non dico confusione, ma correttione e generoso risvegliamento di molt’altri Principi, ò Principesse, e Signore grandi, mi par che debbia esser quella magnanima, e piissima operatione di questa Signora, ch’og’anno nel giorno di SAN NICOLO’ nella Città di Cassano fa radunar più di duo mila poveri di quello, e d’altri paesi, à quali ella stessa con le proprie mani da à mangiare con tanto onore, e splendidezza, come se fossero nobilissimi personaggi, e à tutti partendosi fa donare onestissime, e copiose elemosine in denari. Et in quel medesimo giorno marita quattro povere donne, e oltre alla dote in denari, dona a ciascuna d’esse delle vesti di essa Signora propria. Et finalmente così in vita del marito, come doppo morte, non par che si sia veduta mai aver  maggior dilettazione, ò contentezza, che il servitio di Dio, e ancor che si sia mostrata sempre lontana da ogni ipocrisia, e superstitione, ò alterezza, conservando domesticamente, e benignamente con chi conviene, e vivendo da vera Signora, tuttavia non è mai veduta aver conversatione stretta con altra persona oltre al marito, che con Donna MARIA, sorella carnale e unica del Duca di San Pietro, suo padre. La qual Donna Maria, oltre all’esser dottissima nella lingua Greca, e Latina, e in molte rare scientie, è poi degna d’illustre memoria per la santità della vita sua, che essendo lungamente stata desiderata, e domandata in matrimonio da grandissimi Signori, non ha mai voluto accettarne alcuno, dicendo sempre, che ella era già maritata, ò più tosto dedicata per serva umilissima al supremo Signor del mondo. Là onde è viuuta sempre, e vive in virginità, non in monasterio, ma nella casa della detta sua nepote, di chi è questa Impresa, sopra la quale mi è accaduto, e convenuto di far questo ragionamento, come per congiettura, ò prova, che l’Impresa sia stata fatta da lei ò da loro in quel primo, e principal sentimento spirituale, che di sopra ho detto, nel qual certamente l’Impresa è bellissima, e degna per ogni parte di chi l’ha fatta.

In quanto poi alla Casa SCANDERBEGA, che di sopra m’è accaduto di nominare, soggiungerò brevemente per chi non avesse forse notitia, com’è ella è stata, ed è la medesima con la CASTRIOTA, antichissima, e nobilissima in Albania. Ove per molto tempo aveano avuto quasi universal Signoria. Ma essendo poi da Amorat, Imperator de’ Turchi, stata occupata la Macedonia, e particolarmente avendo voluto da Don Giovanni CASTRIOTO, i suoi figlioli per ostaggi, li fece il perfido Tiranno morir tutti di veleno, fuor che il figliolo minore, chiamato à battesimo GIORGIO. Ma facendolo il Turco circoncidere, lo chiamaron SCANDERBEG, che vuol dire Alessandro Principe, ò Alessandro Signore, ò Magno. Et fattolo nodrire, e ammaestrar nobilissimamente, venne il fanciullo in tanto valore, che di diciott’anni cominciò à far cose maravigliose nell’arme, e in breve à vincere, e stirpar tutti i principali e più potenti nemici del gran Turco. Dal qual fu fatto suo Capitan Generale, e per molti anni non ebbe persona più fecondo il cor suo nè più à suo proposito e stile, che il detto giovene. Ma poi fra non molto altro tempo per la molta invidia, che sempre segue le persone virtuose e grandi, lo cominciò à pigliar sospetto, e cercò lungamente di farlo perire. Ma il valoroso, e prudentissimo giovene con molto avedimento simulando, e dissimulando alla tanta ingratitudine e malignità di quel Cane, s’intrattene gentilmente, e poi con ottima occasione, se gli levò davanti, e andò à ricuperare il suo Stato con molta gloria, e fece molte cosa a gran beneficio de’ Cristiani, essendoli Amurat medesimo venuto contra, con grande esercito, e seco fatte gravissime guerre. Et finalmente morto Amurat sotto Croia, Terra di Scanderbeg, e succeduto all’Imperio de’ Turchi Maumet, ebbe Scanderbeg à difendersi ancora da esso Maumet, avendo ancor’aiuti esso Scanderbeg contra di lui i Francesi a guerra, e altri Potentati, ma favorevoli il veramente beato e santo Re ALFONSO d’Aragona, e ancor poi i Pontefici, e il Re FERRANTE. Talche si acquistò nome e gloria de’ primi e maggiori Capitani, e Principi, in quanto al valor proprio, che fossero stati nel mondo, non che in Europa da molt’anni adietro, e ne abbia aggiunta immortal gloria alla detta, per se stessa molto prima nobilissima, Casa CASTRIOTA. Ma perchè di questo SCANDERBEGO si truova distesamente fatta memoria da diversi chiari Scrittori, ed è scritta in particolare, e pieno volume molto copiosamente la vita sua, non accade, che io qui m’allunghi a soggiunger’altro, che quanto di sopra nel proposito di questa Impresa se n’è toccato”.