In preparazione tre volumi sulla storia di San Demetrio Corone

Oltre cinquecento i documenti inediti, per una storia tutta ancora da scrivere e da scoprire

di Italo Elmo

I tre volumi in preparazione, dedicati alla storia di San Demetrio Corone

Il nostro lavoro prevede alcune pubblicazioni per il presente e per il futuro. Un occhio di riguardo abbiamo però voluto dedicarlo anche al passato e ciò al fine di ricostruire il patrimonio storico e meglio conoscere quanto accaduto a San Demetrio Corone in provincia di Cosenza.
Dopo alcuni anni di studi e ricerche avviati nel 2003 e ancora in essere si vuole pubblicare un’opera che, senza pretendere di esaurire la storia del casale vedrà alla luce tre volumi (“La storia di San Demetrio Corone attraverso le fonti documentarie”), che spaziano fra più argomenti, offrendo spunti inediti in grado di suscitare interesse e stimolare in ognuno di noi il desiderio di approfondimento. Circa cinquecento documenti inediti, per una storia tutta ancora da scrivere e da scoprire.
Per quanto concerne il primo volume, il tentativo è quello di riunire per la prima volta in modo organico la documentazione del periodo classico, dell’alto e basso medioevo (edita e inedita) del “Situ Sanctu Dimitri”, sperando di superare i limiti di una tradizione storiografica appiattita.
Il primo volume riguarda, in particolare, la documentazione relativa all’epoca classica (dal I e II secolo d.C.) fino alla venuta degli Albanesi nel Regno di Napoli e nel casale di San Demetrio nel 1471.
 Frontespizio della Platea del 1269 del vescovo RuffinoTralasciando il periodo classico e alto medievale, nonché il patrimonio culturale, architettonico e il sistema fisico del territorio, in questo post ci occupiamo, invece, di alcune questioni riguardanti il periodo normanno-svevo, soffermando la nostra attenzione, sia pur brevemente, alla Platea del 1269 del vescovo Ruffino (1264-1269Exemplum antiqui inventarii bonorum, iurium et iurisdictionum Bisinianensis ecclesiae, in membranis prisco bullari charactere conscripti” e alle donazioni di Drogone, signore di Montalto.
Nel XIII secolo, Carlo I d’Angio riconferma la Platea della Diocesi di Bisignano che il colto e saggio vescovo Ruffino (1264-1269) aveva stesa, dopo la restituzione dei beni e dei feudi effettuata dal d’Angiò, comprentende anche i rioni di Cucumazzo, San Tommaso e Umale in Bisignano, con la giurisdizione feudale e baronale sugli abitanti di questi quartieri che divennero sudditi della corte vescovile. Similmente fu fatto per i Casali di San Lorenzo di Acri, di S. Benedetto Ullano, Mosto (Santa Sofia), Appio (San Demetrio), Pedalato, Sellattano e Pietramala. A questi si aggiungevano il Castello di Acri, con i Casali di Macchia, Pietramorella, di Duglia, San Giacomo d’Acri, San Lorenzo, San Benedetto di Acri, San Nicola del Campo (san Nicola da belvedere); il Castello della Noce (Luzzi e Acri), con i Casali di Noce Maggiore e Minore;il Castello di Luzzi con il Casale di San Elia ed il Monastero della Sambucina; ed il Castello di Rose… (1)

Riguardo la Platea del vescovo Ruffino, affrontando la storia locale come ricostruzione delle vicende di un determinato territorio, diremo che il casale di San Demetrio con la nascita dell’Universitas Civium rimaneva circoscritto e poteva esercitare la sua azione politica solo attraverso la polizia urbana, rurale ed annonaria, nonché ad alcune riscossioni tributarie.
L’inventario del 1269 della mensa vescovile di Bisignano contiene in modo dettagliato il vasto patrimonio della circoscrizione episcopale che comprendeva secondo il Pagano “… nel sec. X il monastero di S. Adriano, che è ora sotto le mura di S. Demetrio in diocesi di Rossano ad 8 miglia da Bisignano…”.
E’ il caso di ricordare, come scrive Il Russo, che i monaci di S. Adriano, con l’arrivo dei Normanni non si fecero latinizzare e il monastero rimase greco “per rito e consuetudini” in un ambiente fortemente legato al culto bizantino (San Nilo da Rossano tra il 982 e il 987 fondò nel territorio del Distretto di Acri il monastero dei Santi Adriano, Natalia e Demetrio), nonostante la dipendenza cavense e di Montecassino come conferma il diploma di Bonifagio VIII del 21 agosto 1296, portato alla luce dell’erudito calabrese (Rvc, n. 1353).
In sostanza, San Benedetto di Montecassino e la S.S. Trinità di Cava ricevendo in questo modo le dotazioni dei feudatari nelle terre di conquista, non furono  ostili nell’autorizzare ai nuovi conquistatori, rifondazioni di rito greco.
Era il periodo in cui, nei pressi del monastero sorsero i quartieri Picitti, Schifo e Poggio, assorbiti poi in processo di tempo dal casale albanese di Sancti Dimitri. Presso il colle Sant’Angelo in Acri antico (Sant’Antonio Abbate) sorsero Garlatia, oggi scomparso, che presumibilmente doveva trovarsi presso l’attuale fiume Galatrella, nelle terre di giurisdizione del Patire Rossano Calabro, e San Giorgio Martire, che fu poi abbandonato (forse per l’editto per l’espulsione degli Ebrei) e appresso fu rioccupato dai profughi Albanesi verso la fine del 1400.
La Platea riporta che “in castri Acri”, il monastero di Sant’Adriano, era proprietario, nella grancia di Sant’Angelo di terre, castagneti e i monaci coltivavano alcuni vigneti; possedeva, inoltre, due molini (molendina duo) con battinderio (3) a Duglia ed altre dipendenze; coltivavano alcune terre nelle vicinanze del “flumine Calami”, dove possedevano anche un mulino. A questi si aggiungevano le terre ed altri territori in “Sancti Zacchariae” e in “Montis Relalis”, in “castri Acri”, una chiesetta con orto e casalino, vigne, castagneti e mulino. In “Sancti Nicolai de Campo” sempre nel distretto di Acri, vigne, terre, e un mulino, nonchè alcuni uomini alle sue dipendenze.
… sancti Adriani in castro Acri, et tenimento suo […] terris, castenetis, granciam sancti Angeli cum tenimento vineas …duliae, molendina duo, et battinderium unum… terre unam in flumine Calami modendinum unum et petiam terre unam… samcti Zacchariae cum vineis, et tenimento suo. Ista tenet ecclesia Montis Regalis in castro Acri, et tenimento suo… hortale cum casale, tenimento, vineis, castanetis, et molendino… ecclesia sancti Nicolai de Campo cum hominibus, vineis, terris, et molendino uno…” (2).
Il monastero con le sue dipendenze, acquisisce, quindi, splendore e potenza attraverso tutta una politica di possedimenti, di concessioni, di “obbedienze”, che comportava necessariamente un costante e intenso movimento tra la badia e la zona italogreca di S. di S. Maria del Patire e del Mercurion che permise il frequente spostamento di uomini, di idee e di culti.
Dalla Platea si evince che il monastero diventa detentore di un ampio territorio, i cui confini sono in parte delineati nella documentazione a noi pervenuta..
Parallelamente alla definizione del territorio dipendente viene assegnato al monastero anche una qualche funzione di cura animarum; gli vengono attribuiti le decime dei mulini già esistenti.
Il frontespizio del primo volume della storia di San Demetrio CoroneAvremo modo di ritornare e di approfondire l’argomento relativo alla Platea di Ruffino nel primo vol. della nostra storia di San Demetrio, avendo sufficiente documentazione in nostro possesso, nonché copia integrale del manoscritto.
Per quanto concerne l’altro punto, ovvero le donazioni di Drogone, conte di Montalto al monastero di Sant’Adriano, dall’inedita documentazione inserita nel primo volume della storia di San Demetrio Corone, risulta che alcuni studiosi, in considerazione alla carenza e alla frammentarietà della documentazione scritta a noi pervenuta, riportano errori non solo legati al tempo storico, ma anche le vicende dei personaggi. E’ il caso, appunto di Drogone d’Altavilla, figlio di Tancredi e di Muriella e suo nipote Drogone. Errata la donazione del primo, alla badia di Sant’Adriano, trattandosi non del condottiero normanno giunto nel Mezzogiorno d’Italia con i fratelli Guglielmo e Umfredo, mercenari dei signori longobardi, ma di Drogone de Ollano, figlio di Rocca, a sua volta figlia di Drogone d’Altavilla, assassinato nel 1051 in una località che i cronisti dell’epoca chiamano Montoglio (o Monte Allegro o Monte Ilario che corrisponde al territorio di Orsara di Puglia), probabilmente ad opera di una congiura bizantina
Il nostro personaggio è quindi Drogone II, nipote di Drogone d’Altavilla e figlio di Rocca (4), contessa del Castello di Ullano e signore di Montalto e San Vincenzo dal 1115, concedendo all’abate Blasio di S. Adriano il monastero di S. Maria delle Fosse e la Badia di Giosafatte nei pressi di S. Mauro. In sostanza i monaci benedettini, furono messi alla dipendenza dei basiliani del Patire e di S. Adriano, ecc. ecc.
Drogone de Ollano, compare, inoltre, il 15 giugno 1115 quando sottoscrive con altri signori, l’importante Diploma, con il quale Riccardo Senescalco, suo zio, e figlio del Gran Conte Drogone e nipote di Roberto il Guiscardo, entrambi da tempo defunti, dava licenza e potestà all’abate e ai monaci della Chiesa del Santo Salvatore di Monte Tabor, che gliene avevano fatto richiesta, di potere edificare una loro “mansio” nel territorio della Diocesi di Umbriatico. A tale fine egli concedeva loro di poter ripopolare, sul promontorio dell’Alice, a monte dell’attuale Cirò Marina, il castro o borgo fortificato di Alichia, da molto tempo in abbandono.
La carta della concessione veniva stipulata e corroborata nel castro di San Mauro per mano del “notaro e scriba del donatore”. Quest’ultimo, Riccardo Siniscalco, nell’apporre con le sue mani il segno di croce, disponeva che essa fosse munita di bolla plumbea col suo “tipario” (sigillo). In veste di testimoni la sottoscrivevano, tra gli altri, anche Drogone de Ollano.
Ampia anche la documentazione per la vicenda delle donazioni al Monastero di Sant’ Adriano che numerosi studiosi ancora non hanno ben definito.

Note:

(1). (Rosario Curia ) F. Grillo, sulla successione della Contea di Corigliano, registri cancelleria di Carlo III di Durazzo, Napoli 1887; reg. Angioino, 5.F. 107.
(2). Le notizie della Platea della Mensa Vescovile vengono riportate nell’opera del prof. Pietro De Leo, Un feudo vescovile nel mezzogiorno svevo : la platea di Ruffino vescovo di Bisignano, Fonti e studi del Corpus membranarum Italicarum; Ser. 2: Fonti medieval Roma : Centro di ricerca, 1984, pp. 80 -134-135 e ss., da R. Curia, “Bisignano, nella storia del Mezzogiorno“, Cosenza 1985 e da Rosario d’Alessandro, Il beato Proclo (?-975) ; Bisignano durante la dominazione bizantina, Grottaferrata, 1978, p. 33; Chiese, Conventi, confraternite, spedali e funzioni sacre a Bisignano dal Medioevo XVIII secolo, Chiaravalle Centrale, 1983.
(3) Come si può evincere in Elmo Italo, La storia di san Benedetto Ullano e Marri attraverso le fonti documentarie, Vol. I, Arbitalia, Castrovillari, 2011, p. 511, “il documento del XIII secolo sta ad indicare un intensificarsi di costruzioni industriali lungo i fiumi che si vedono arricchiti, oltre che di mulini, della presenza di gualchiere o folloni, che servivano per rassodare o pressare le pelli ed i tessuti (praticamente le antiche concerie e tintorie).
Il battendiere / follone / gualchiera / vattendiere era un dispositivo a martelli, o a mazze, messo in movimento dalle ruote di un mulino ad acqua, che conferiva ai tessuti caratteristiche tali da migliorarne l’aspetto, o il tatto, o particolari proprietà.
Si trattava di un edificio adibito alla lavorazione della lana. L’energia idraulica, sotto forma di moto rotatorio impresso alla ruota, veniva trasformato in moto alternato per mezzo di un massiccio albero a camme. Queste sollevavano e lasciavano ricadere dei pestelli di legno che gualcavano, cioè ammorbidivano, i panni di lana tenuti in ammollo nelle pile. Si tratta, dunque, di un meccanismo elementare”.
(3). Rocca fu signora del castello Ullano in cui risiedeva, fu moglie d’un Ubberto, ebbe per figli Alessandro, Drogone, Ubberto ed alcune figlie, una delle quali sposò Ruggero de Bernabilla che troviamo in una donazione a S. Benedetto di Montecassino ed all’abate Oderisio (v. in Elmo Italo, La storia di San Benedetto Ullano, op. cit.,vol. I, p. 613).

5 thoughts on “In preparazione tre volumi sulla storia di San Demetrio Corone

  1. Shumë të fala për kush shurben e, si thuhet lëtisht: TE GRIKA ULKUT!!!
    Atirve se çë bëjen “copia e incolla” i thom: “KINI TURP!!!”

    • Është vurtetë. Shën Mitër kemi dhe na, një njerì çë bën “copia e incolla” ndë Facebook,
      nga dita.

      • Hahahaha!! …e ësht “inutile” se “disabillitaren” “tastin” e djatht pse tek “tastiera” bën (copia) e pra (incolla)…
        Një shurbes i mirë ësht: “Më shumë folet e më mir ësht…”. Po kush “kopiaren” bën një “figur” më e mirë ndëse thot ku e djovasi… pse vet kështu mund jemi më te fort: “Bashkimi ben fuqi!”.
        Gjithë të mirat.

    • Grazie Atanasio. E’ dura, ma con la forza della volontà e della passione anche questo scoglio, speriamo di superarlo.

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