Il pappagallo impagliato di Kodra

Il messaggio artistico del grande maestro albanese Ibrahim Kodra

di Italo Elmo

Il grande maestro albanese Ibrahim KodraL’arco da lui percorso in tanti anni di vita artistica, gli danno tanta celebrità nel mondo intero e in mezzo al tantissimo girovagare, cerca di superare il mero evento espositivo verso azioni integrate di tutela e valorizzazione, di riscoperta di luoghi straordinari del territorio, fatta non solo di arte, storia e paesaggio, ma anche di enogastronomia.

Il grande maestro Ibrahim Kodra, si appassiona così all’enogastronomia e tenta di introdurre i profani all’argomento inserendo nella narrazione abbondanti esperienze di vita vissuta, tra fornelli, distillati di grappa e sperperio di soldi per godersi il paesaggio e il “bello della vita”, raccomandando, però, ai giovani seguaci, alla fine dei lunghi racconti, di dedicarsi solo ai piaceri della parte razionale, che sono superiori agli altri e di impadronirsi, quindi, degli stili, delle tecniche pittoriche e dell’arte in generale, maestra di vita, accantonando il vagarsi tra i piaceri della vita, roba solo per ricchi, qualcosa di irreale che può vagare nell’aria, come la deliziosa grappa, e farti scomparire per sempre. Nacquero, così, nel corso degli anni alcuni movimenti culturali come punto di riferimento di ogni ramo della vita artistica del Kodra. In Arbëria, ecco, però, l’eccezione! Ci sono artisti (?) che non riuscendo a cogliere il messaggio di vita, come eredità preziosa, tentano disperatamente di ripercorrere le orme del grande maestro e di impadronirsi di un modus viventi (sconsigliato, peraltro, dal Kodra), che trasforma in rappresentazione estetica l’immaginario personale, una sorta di corsa contro il tempo del “pappagallo” sempre in balia alla ricerca di un frammento qualsiasi della vita, umori, vizi e delle abitudini dell’impareggiabile pittore albanese. Il lavarsi, il vestirsi, l’andare in bagno, il mettere in ordine le cose, il sedersi a tavola, la qualità dei cibi e delle bevande, il camminare, ecc., sono un leit-motive ossessivo che “racconta” in ogni tempo e in ogni dove: “no, perké Mjestri Kodra e dini çë thoj!…”.

In questi frangenti, soprattutto, quando sono in compagnia, il loro comportamento è asservito ad un tirannico padrone interiore che lo priva della facoltà di intendere e di volere, possono perdere l’autocontrollo, hanno il diavolo in corpo (Diavolo – da diaballein – è dividere ma anche calunniare e diabolos è colui che separa l’uomo da Dio inteso come infinita bontà e Amore). Persino i materiali organici del Kodra, diventano un’ossessione: l’ora della pipì e della cacca, il “getto” della pipì da vorticizzare a destra o a sinistra a seconda dei momenti della giornata e delle stagioni.  Così anche un’adeguata quantità di cibo  per una cacca ottimale al fine di evitare la fuoriuscita rumorosa e scorreggiona delle feci, o la quantità di acqua giusta per evitare la stitichezza… insomma, chi più ne ha più ne metta.
Così, nel desiderio di moltiplicare il proprio ego, indagando e inventando, a suo modo, ogni stadio, stile di vita e ogni metamorfosi del grande maestro, il passaggio alla comicità teatrale è breve e inevitabile.
La tardiva corsa contro il tempo del “pappagallo impagliato di Kodra” ha avuto, però, un epilogo, triste ed amaro, struggente e grottesca, ridimensionando fino al ridicolo le proprie ambizioni, e costeggiando il confine del maniacale.
Da qui la satira, rivolta a quelle persone che ripetono “a pappagallo” il modus vivendi di altri e la tendenza a conformarsi a procedure, abitudini o regole in modo eccessivo e ossessivo con pensieri o comportamenti ripetitivi, pensando contemporaneamente di essere originali e unici.

 

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