Persone incompetenti nella baracca culturale di qualche ente locale

Quando la baracca culturale di qualche ente locale è asservita alle volontà del padrone ed è in mano a persone incompetenti!…

di Italo Elmo

 

L’Arbëria che vanta di possedere il più grande patrimonio etnico da custodire, ancora oggi, non è in grado di tutelare e promuovere a sufficienza il ricco e peculiare patrimonio culturale, per l’inadeguatezza e per l’ignoranza regnante in alcuni dirigenti culturali, sparsi qua e la, negli Enti Locali.
Ancora oggi il ‘merito’ viene sacrificato, lasciando campo libero a nepotismo, baronato e privilegi di casta, raccomandati, cooptati e quant’altro. Per decenni queste logiche hanno caratterizzato molti aspetti della nostra quotidianità anche in qualche comunità arbëreshe. La conseguenza principale è che, spesso, nei ruoli chiave in cui l’Arbëria può elevarsi non c’è il più bravo ma quello con il grado di servilismo più elevato verso il proprio padrone, ovverosia burattini asserviti alla volontà del padrone convinti di guadagnare il paradiso.
Accade anche che i meccanismi clientelari scartino, e non sappiano valorizzare il merito migliore e le singole competenze, il merito di chi potrebbe dare un prezioso contributo alla diffusione dei valori di fondo per il mantenimento della cultura arbëreshe.
Oggigiorno non serve scrivere e parlare correttamente l’arbërisht e l’albanese letterario, non serve essere laureati in lingua e letteratura albanese, non serve avere la coscienza di identità come sentimento di appartenenza e contribuire, così alla crescita culturale e sociale del territorio.
In qualche sportello linguistico, anzicchè affidarsi all’intero bagaglio storico, culturale, linguistico e pratico dell’importante figura professionale si è fagocitato in nome degli interessi di classe, bloccando ed impedendo di fatto il rinnovarsi di una ulteriore linfa vitale che avrebbe giovato soprattutto alle nuove generazioni, a volte costretta ed impedita nello sviluppo naturale, al fine di conoscere la cultura e le tradizioni del popolo arbëresh. Si è preferito, invece, sistemare “a dovere” il “venditore ambulante” che nulla può dare alla cultura arbëreshe, non sapendo assolutamente un fico secco di linguistica, storia e letteratura e non capendo un fico secco dell’Arberia, asservito, però, al padrone, che gli dirà che cosa può e deve “pensare” in Arbëria e cosa dire degli Arbëreshë. “E io pago”, direbbe il grande Totò.
Peggio ancora quando a dirigere la baracca culturale ci sono persone “né carne né pesce”, incompetenti e ignoranti, sistemate li (non si capisce ancora il perché!), per riscaldare la poltrona quotidiana.
Capita che in qualche ente locale anziché chiedersi quanto costa un operaio utile, dovrebbero chiedersi quanto costa un dirigente inutile, palesemente privo di idee e sentimenti, privo dell’energia creativa e delle spinte culturali come aspirazione generale della identità e della vocazione in un territorio dove è presente la minoranza storica di origine albanese e dove, invece, lo sterile circuito di comunicazione e informazione è intendo solo ad omaggiare e celebrare la rappresentazione del potere e del servilismo.
Purtroppo dove domina la stupidità, gli incapaci sono apprezzati, presi in considerazione e avviati in carriera poiché non innescano rivalità professionale, Qualche sindaco temendo la competizione preferisce dirigenti culturali potenzialmente scarsi che non creano imbarazzo, mettendo in luce l’incompetenza per convivere in simbiosi. Tra cani non si mordono.
Invece chi da subito rivela talento, come nel caso della figura professionale arbëreshe sopra citata, viene mobbizzata e messa in condizione di non poter nuocere ai dirigenti culturali, allontanandola.
I dirigenti stupidi, oltre ad essere incapaci nel proprio mestiere, sono anche di basso profilo etico. Se si trovano in un pasticcio pur di scaricarsi dalle proprie responsabilità sono abili ad incolpare chiunque, ma sono sempre pronti ad accollarsi meriti altrui.
E se si vedono ad un certo punto della propria carriera in prossimità di un imbuto, consapevoli di avere posizione non meritata, rispetto, per esempio a chi ha una laurea in lingua e letteratura albanese (meritevole di ogni considerazione per la causa arbëreshe!), intensificano le leccate ai diretti superiori, complottando contro il rivale,
Dirigenti, quindi, codardi che agiscono con pretesti personali e non mettendosi in evidenza in contesti professionali.
Anziché andare in cerca per fare un’operazione di valorizzazione culturale del territorio e trasmettere solarità, diffondono “la peste dell’invidia sociale”, togliendo intorno le persone non convenzionali alla cultura dominante.
Chi ci rimette sono ad esempio alcune associazioni culturali del territorio, verso le quali non dovrebbero esistere esclusioni o preclusioni, puntualmente, non informate, non coinvolte, con un pessimo servizio al cittadino. Sarebbe interminabile un elenco delle situazioni e dei comportamenti che provocano e moltiplicano la demeritocrazia di questi dirigenti culturali che non fanno il proprio dovere e in alcune situazioni rasentano l’illegalità.
Noi riteniamo che il sostegno pubblico all’Arbëria debba, invece, necessariamente coinvolgere la cittadinanza, le associazioni culturali del territorio (tutte!) nel contesto di una democrazia partecipata.
Del resto, chiunque abbia conosciuto e saggiato il profilo culturale del “dirigente” in questione, ha potuto constatare che l’unico pensiero lavorativo “është vavau” (i shkreti!…).
Sono anche circondate di cortigiani, di basso profilo, seguaci e profittatori, vittime di quel perverso meccanismo del potere baronale, messi li, come intermediari e prigionieri dell’entourage politico, pronti a rinforzare continuamente quell’illusione del potere di dirigenti nullafacenti e raccomandati con benefit.
Il bene comune per l’Arbëria deve essere l’unico ‘padrone’ di chi fa politica e assume ruoli di governo e la specificità culturale delle comunità arbëreshë – che si rileva nelle tradizioni, nei costumi, nell’arte, nella gastronomia, ancora oggi conservate gelosamente -, dovrebbe essere l’unico pensiero dei dirigenti culturali nullafacenti (non possiamo salvaguardare solo “vavaun”!…), al fine di cogliere le tendenze per la conoscenza della realtà e del contesto in cui si opera per una promozione e gestione delle risorse del territorio da valorizzare.
Ma sarà così? Il mio amico Costantino, direbbe “me t’imin” (per intenderci, “me karin!…”).

9 thoughts on “Persone incompetenti nella baracca culturale di qualche ente locale

  1. Ti ho stimato sempre, anche quando non dovevo, ma ora ti riempirei di baci!
    Vincenzo Straticò

    • Grazie Vincenzo. La stima è reciproca ed è sincera.
      E’ arrivato il tempo di toglierci qualche sassolino dalle scarpe e non solo.
      Al tempo del social network, non possiamo più ignorare e permetterci di
      nascondere le nefandezze che vengono perpetrate in qualche ente locale, ancora oggi, come ieri, da dirigenti nullafacenti, inadeguati, senza competenze linguistiche, scadenti figure professionali.
      Assomigliano ad aquile spennacchiate, senza voglia di far niente e l’unico pensiero è il fratello o la futura nuora da sistemare, grazie al padrone!…
      Povera Arbëria!
      Arriverà il tempo, però, che lassù, tra il cielo azzurro, voleranno
      le vere aquile!

  2. Vorrei proporre la realizzazione di un “Albo delle Professioni delle Arti e dei Mestieri Arbëreshë ( A.P.M.A.)” che operi negli ambiti albanofoni, al fine di produrre un giusto collegamento tra, passato, presente e futuro dell’arberia, senza tentennamenti e interpretazioni non condivise.
    Solo in questo modo potremmo avere una continuità storica, riferibile agli arbëreshë, solidità e produttiva; elementi indispensabili a rilanciare in maniera uniforme il territorio dove gli arbëreshë vivono e mantengono saldamente legato al territorio un’identità minoritaria che rappresenta un gioiello d’integrazione di tutto il bacino del Mediterraneo.

  3. UN PROGETTO PER LA SOSTENIBILITÀ DELL’ARBERIA

    Visto lo stato di disagio riferibile al patrimonio storico tangibile e intangibile degli arbëreshë individuabile nelle Regioni Storiche con le rispettive macroaree qui di seguito elencate:
    ABRUZZO; Provincia di PESCARA; (Macroarea della Strada Trionfale);
    MOLISE; Provincia di CAMPOBASSO; (Macroarea del Biferno);
    CAMPANIA; Provincia di AVELLINO; (Macroarea Irpina);
    LUCANIA; Provincia di POTENZA (Macroarea, del Vulture, del Castello e del Sarmento);
    PUGLIA; Provincia di LECCE e TARANTO; (Macroarea del Limitone e della Daunia);
    CALABRIA; Province di Cosenza; (Macroarea della Cinta Sanseverinense; suddivisa in sub m.c. del Pollino, delle Miniere, della Mula, della Sila Greca);
    Provincia di CROTONE; (Macroarea del Neto);
    Provincia di CATANZARO; (Macroarea dei Due Mari);
    Provincia di Regiio Calabria; (Macroarea dei Caraffa di Bruzzano);
    SICILIA: Provincia di PALERMO; (Macroarea di Bocca della Ginestra).
    Urge realizzare un “Albo delle Professioni, Arti e Mestieri, Arbëreshë ” ( A.P.A.M.A.) che sia nelle disposizioni degli amministratori, laici e clericali, operanti negli ambiti su citati.
    Il fine che si vuole perseguire è quello di produrre un giusto collegamento tra, passato, presente e futuro dell’arberia, con le eccellenze professionali che sappiano operare con il giusto garbo, per tutelare e valorizzare la tradizione albanofona, senza tentennamenti e interpretazioni non condivise da un comitato di saggi.
    Solo in questo modo potremmo avere una continuità storica, riferibile esclusivamente alla storia degli arbëreshë, solida e produttiva.
    Le figure professionali dovranno ricucire quello strappo, prodotto per la scarsa conoscenza degli ambiti e della storiografia albanofona, al fine di produrre in maniera univoca, l’atteso rilancio del territorio dove gli arbëreshë vivono e mantengono saldamente legato al territorio, un’identità minore che rappresenta il gioiello d’integrazione del Mediterraneo.

    • Shumë i dashur arch. Tanas,
      u nëng të njoh, po di se ti shkruan e bën shumë shurbise të mira për Arberin (kështu shoh tek interneti).
      Nëng jam mosnjeri, njera sot nëng bëra faregjë per Arberin, të vetëm shurbes se çë benj ësht të foljenj arbërisht, si di, me ata se çë di se mund më kapirjen e gavitonj sa më mundenj e të folenj lëtisht.
      Jam një arbëresh (o ndihem një arbëresh) e si arbëresh dua të thom një shurbes: arbrëshit nëng ka t’i folësh “difiçill”! Jo pse arbëreshi ësht çot e nëng kapiren, po, pse arbëreshi ësht i urt.
      Arbëreshit nëng mund i thuash: “Kam bëmi një komitat për të vëlomi tradhitat e zakonet t’jona”, pse ai të përgjegjet: “E kush jini ju? Mos hereher dini më se u rroçëkat t’ime? Sa turres (pse arbëreshi pënxon mbjatu turrest…:) do të bushkoni për të rrëfiani rroçëkjata (banalità)?”
      Poka u kam bes se sot, një udhë e mirë çë kam ecmi për të “sallvomi” ët çik çë kemi, ësht ajo çë na buthon Itali: nganjë mund thor atë çë di e do te thor, edhe me “ironi” mbi një xhurnall “online”(Cimbi).
      Zëmi më një rrugë e vogel e prana, belu belu, mund na hapet një “autostrad”…
      Con molta stima (neng e di si thuhet arbërisht…:).
      Rrofsh!

  4. Egregio “Nëng jam mosnjeri” la ringrazio per la nota; importante è fare, poi si tratti di Gambith, uhdë o qualsiasi artifizio capace di coinvolgere eccellenze è sempre meglio che non fare niente, aspettare che le cose migliorino è inconcepibile, giacché il fiume è straripato malamente, urge ricostruire gli argini, altrimenti inesorabilmente cambierà percorso.

    • …”amagari” të kish, lumi, aq uj sa të mbitnej dherat… po mua më fjandasen më shpejt se ujit ësht pak e lumi është e shterpon…
      Ke shumë liq kur thua se kat bëhet gjë!
      Po më se të ngrëhen “arginet” kat shurbehet me capillin sa të mbahet tek udha tijë e kat i bihet ndë kocët (me mërurin e capillit) atirve se çë rrin “më lart” e trubullojen ujit…
      Gjithë të mirat 🙂

  5. SAT MËN GJALOMI
    (Per poter Vivere)

    Egregio Presidente Onorevole Mario Oliverio, rivolgo a Lei questa mia preghiera in quanto è la figura istituzionale più altolocata cui sono stati affidati gli strumenti che possono assicurare un futuro alle minoranze storiche della Regione Calabria.
    Occupandomi da anni per la ricerca verso gli aspetti materiali e immateriali delle minoranze balcaniche e grecaniche calabresi, di cui rilevo periodicamente lo stato delle macroaree d’insediamento, ritengo che bisognerebbe adoperarsi per evitare l’estinzione.
    Le minoranze, è noto, sono tutelate all’interno della nostra Regione Calabria dalla Legge 30 ottobre 2003, n. 15; Norme per la tutela e la valorizzazione della lingua e del patrimonio culturale delle minoranze linguistiche e storiche, oltre che dal Decreto n. 147 del 15 giugno 2007, per la costituzione del Comitato Regionale Minoranze Linguistiche (CO.RE.MI.L).
    Strumenti utili e attenti solamente verso alcune tematiche che caratterizzano le minoranze storiche calabresi, abbandonando al libero arbitrio aspetti di confronto con gli ambiti non costruiti e costruiti dagli esuli.
    Palese è quanto dato alle stampe o messo nelle diposizioni dei media, temi senza controllo o che siano prima vagliati e posti nelle disposizioni di un Istituto o di un Dipartimento apposito che abbia le competenze per rendere tali discipline più attendibili sotto gli aspetti, Umanistici, Geografici, Urbanistici, Tecnici, Artistici oltre a quelle Ecclesiali di esclusiva minoritaria.
    La volontà strisciante verso il bagaglio culturale minoritario, per la costumanza di voler difendere nidi colmi di incongruenze e incoerenze, impedisce palesemente ormai da un decennio di aprire nuovi stati di fatto che rafforzerebbero la linfa idonea per tutelare e valorizzare la storia delle minoranze in maniera coerente e meno ballerina.
    Il decennale atteggiamento ha causato danni irreversibili, cui bisogna porre rimedio nel più breve tempo possibile, onde evitare, sperpero di denaro pubblico e la dismissione di eccellenze che rappresentano il vero patrimonio inestimabile del capitale storico della regione.
    Con la preghiera che le rivolgo, auspico un suo intervento forte nella definizione più completa della legge e del decreto regionale, al fine di realizzare strumenti utili a:
    – Dare opportunità agli alloglotti di macroarea per impartire lezioni linguistiche riconosciute dalla popolazione scolastica;
    – Un albo precostituito di tecnici nelle disposizioni dei Comuni, che utilizzano ogni volta si dovesse operare negli ambiti dei centri o di monumenti di interesse storico per le minoranze;
    – Fornire un elenco di edifici strade e piazze da sottoporre a vincolo, poiché elementi caratterizzanti delle minoranze storiche;
    – Istituire un organismo regionale di controllo che operi anche in ambito emergenziale con la Protezione Civile, tutto ciò, dato lo stato idrogeologico del territorio regionale, evitando di lasciare nelle disposizioni di tecnici che per formazione e discipline emergenziali non hanno strumenti per riconoscere il patrimonio storico minoritario con cui si dovessero confrontare in tempi brevi.
    I punti qui elencati dovrebbero recuperare attraverso le scuole dell’obbligo, il lessico di macroarea e fornire nel frattempo un bagaglio storico consuetudinario tipico del centro in cui è allocato il plesso scolastico, convergendo tutte in un unico itinerario storico di macroarea che dia solida identità alle giovani generazioni, per un più idoneo confronto con le realtà contigue.
    Istituire albi di Arti, Professioni e Mestieri che possano dare unicità ai beni tangibili ed intangibili della minoranza senza dover subire le tante forzature Artistiche, Architettoniche, Cromatiche e Musicali di cui tutti lamentiamo e che nessuno ad oggi ha posto rimedio.
    Ed infine, la vicenda che più di ogni altra cosa deve essere riparata e sulla quale bisogna sollevare il velo di pena che nessuno osa togliere; l’operato emergenziale della frazione di Cavallerizzo, questa è la vicenda per la quale è fondamentale l’istituzione dell’albo, in quanto per non aver avuto chiaro il valore Storico, Culturale, Idiomatico, Architettonico, Urbanistico, Consuetudinario, Religioso, Psicologico, Affettivo, ecc.,ecc., si è dismesso uno dei gioielli di minoranza storica confondendola con ambiti delle oasi del deserto Algerino.
    Speranzoso che lei si adoperi o almeno mi dia un cenno di adesione per focalizzare meglio lo stato di emergenza, la saluto a nome mio e di tutti i minoritari che hanno a cuore le macroaree Arbëreshë.

    Atanasio arch. Pizzi Napoli 2016-01-03

  6. Gli atti volti a individuare le caratteristiche urbanistiche e architettoniche della R.s.A. (Regione storica Arbëreshë) sono stati ritenuti secondari o minori, per questo è indispensabile eseguire approfondimenti che partendo dalla lettura geoeconomica, siano in grado di focalizzare lo studio verso ambiti storici, urbanistici e architettonici.
    Questi ultimi rappresentano gli elementi con i quali identificare il concetto di “Minore” inteso non come inferiore ma ingrediente indispensabile per scrivere la storia di un’identificata macroarea; volendo usare un eufemismo, per fare il pane ci vogliono tanta acqua e farina “ la Maggioranza”, piccole dosi di lievito e di sale “la Minoranza”, ma tutte assieme sono fondamentali per fare il vitale alimento.
    Il fine da perseguire deve essere indirizzato verso la ricercare dei diversi contributi delle comunità minori, questi ultimi, pur se marginalmente, hanno caratterizzarono il divenire del paesaggio meridionale, visto non tanto come condizionante ma interconnesso a confermare relazioni tra architettura, urbanistica e ambiente, intesi come dimensione allargata e non come microsistemi isolati.
    Va quindi considerato, come scrive Atanasio Pizzi che: “ le comunità, come gli individui, non sono dissimili, così come le architetture, segno sul territorio di ogni gruppo, in cui vi depositano i riti o gli aspetti più intimi e radicali della propria identità culturale”.

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