La figura del padrone nel Cinquecento in Arbëria

Personaggi shakespeariani e potere baronale dell’età medievale in Arbëria / 1

Personaggio cupamente monocorde, totalmente animato dall’orgoglio della casata, incapace di qualunque sentimento ispirato ad un’autentica umanità, “assoluto” nel portare a termine il proprio diabolico disegno di sacrificare il suo entourage nella servitù al mito del suo potere, schiavo di esso più di quanto gli altri mostrino di riverirlo e servirlo.
Della vita non coglie nessun elemento positivo, piacevole, e vive come un gretto burocrate, ministro della sua dignità. Figura spietata, proprio perché totalmente priva di una qualunque luce, di qualunque dubbio.
Egli è affiancato da una principessa che asseconda il suo disegno senza altra motivazione che quella di un volgare interesse personale. Altrettanto asservito il coro dei servi, tutti obbligati ad ossequiare la volontà del padrone.
Questa situazione cupa e terribile, solo apparentemente sfarzosa, di totale asservimento è presente nella quotidianità, espressa da faccendieri, i quali si prestano senza minima esitazione a questa terribile ingiustizia, incapaci di un’autentica coscienza nel percepire questa coartazione.
Sappiamo per certo che molti sono gli spiriti inquieti che non vogliono ossequiare la volontà del padrone.
A tal proposito vogliamo inserire in questo contesto il bellissimo racconto di Jean Renaud, tratto da: http://www.racconti.it.

La pecorella smarrita

Con tutto il rispetto per Gesù Cristo, ma a me la storia della pecorella smarrita, di evangelica memoria, non mi ha mai convinto.
Sto fatto che un pastore abbandona tutto il gregge per andare a cercare una pecorella che
si era smarrita, mi pare un comportamento strano.
Ma come, mi dico……… tu hai cento pecore, ne perdi una, e lasci tutte le altre 99 per andarla a cercare??
E se le altre scappano? Non è meglio avere 99 pecore sicure piuttosto che cento insicure?
Ci ho riflettuto parecchio, c’ era qualcosa che mi sfuggiva. Non è possibile che un pastore si comporti cosi, i pastori magari possono essere un pò ruspanti, un pò ignorantelli, ma non sono mica fessi.
Poi mi si è accesa la classica lampadina …altro che fesso, il pastore ha un cervello sopraffino!!!
Riflettiamo un pò.
Un pastore ha cento pecorelle.
Le porta in giro a pascolare a costo zero, perchè l’erba è gratuita, e in cambio le sfrutta. Ci fa la ricotta, le caciotte, il latte e quando qualcuna di esse si fa troppo vecchia la vende a un ristorante.
Insomma, grazie a queste pecorelle il pastore se la passa bene, con il minimo impegno e sforzo.
Ma naturalmente non si può mai stare tranquilli …ed ecco che un giorno succede una cosa imprevedibile, che all’apparenza sembra una sciocchezza, ma che non lo è.
Gli scompare una pecorella.
Gesù, da quell’animo candido che era e anche per dare alla cosa un alone un pò poetico, dice che s’era smarrita.
Ma come fa a smarrirsi una pecorella che fa tutti i giorni lo stesso percorso e ne conosce ogni filo d’erba?
Il pastore non è un fessacchiotto, il pastore sa bene che la pecorella non poteva smarrirsi, e quindi la conclusione non può che essere una sola: la pecorella è scappata. Non vuole più stare nel gregge, si è ribellata.
Forse era stanca della solita vita, forse aveva presagito che il padrone la voleva vendere a un ristorante …non si sa, avrà avuto le sue buone ragioni. Ma a noi non interessano le ragioni della pecorella, ma quelle del pastore.
Il pastore blocca il gregge e fa un ragionamento molto semplice: gli sono rimaste 99 pecorelle, e averne persa una non è un gran danno in sè, tutto sommato.
Ma……. c’è un ma…
Se fa in modo che la pecorella la faccia franca, avrà creato un pericoloso precedente.
Le altre pecorelle, a cui la cosa non è sfuggita nonostante ostentino indifferenza, potrebbero fare la stessa pensata. E il pastore, in capo a pochi giorni potrebbe rimanere da solo, lui e il cane. Che sarà pure un’ottima compagnia, ma che non fa ricotta, non fa caciotte, e non è buono da mangiare.
Insomma, un disastro, la fine della bella vita bucolica.
Ed ecco che allora a un tratto quella pecorella diventa importantissima, diventa il simbolo della sopravvivenza del gregge e dello stesso pastore, per non contare il cane.
A quel punto non ha scelta.
Deve andare a “recuperare” la pecorella, non ci sono santi.

Adesso – ed è qui che volevo arrivare – sostituiamo il popolo al gregge, il tiranno al pastore e gli scagnozzi del tiranno al cane e avremo un perfetto sistema dittatoriale.
Ma anche nel caso del sistema apparentemente democratico, come il nostro, la logica è la stessa.
Il Potere non può permettersi il dissidente, la pecorella che canta fuori dal coro, che pensa con la sua testa, che si ribella al pastore e potrebbe essere un esempio per altre ribellioni…
Quella pecorella deve essere riportata all’ordine, riassimilata, o perfino soppressa, ma non può essere ignorata, perchè rappresenta un pericolo.
La vera novità della nostra epoca è che il Potere ha scoperto che non c’è più bisogno della violenza o dell’imposizione per dominare la massa ed orientarla. Oggi un Giordano Bruno non è più pensabile.
Ci sono altri mezzi meno cruenti, meno vistosi e molto più efficaci: il condizionamento mentale esercitato attraverso il controllo dei mass media
E se una pecorella esce dal coro e fa la dissidente basta delegittimarla, e privarla del consenso …insomma demonizzarla, infangarne l’immagine, pescare nel torbido.
E la cosa veramente triste di tutto questo è che il gregge abbocca sempre, e spesso diventa il peggior nemico della pecorella” (continua nel prossimo numero…).

2 thoughts on “La figura del padrone nel Cinquecento in Arbëria

  1. Ls pecorella smarrita non aveva pianificato bene il suo allontanamento dal gruppo appunto é stata ritrovata.Noi possiamo organizzarci meglio per non essere ritrovati!

    • Hai perfettamente ragione, Angelo. Dovrebbero fare tutti come il personaggio della pubblicazione “Padre padrone” (1975), il cui autore, Gavino Ledda, in chiave autobiografica, narra la storia di quando era bambino e il padre “lo strappa alla maestra” di scuola per portarlo a governare le pecore. Nel corso della sua fanciullezza, durante le sue fughe, incontra sempre meno amici, divertendosi sempre meno. Non ha più la voce per esprimersi come i fanciulli della sua età.
      In seguito a critiche piovute da tutto l’ambiente circostante, il padre decise di riportare all’ovile tutta la famiglia e così gli subentra nella custodia delle pecore il fratello.
      Grande era il desiderio di dedicarsi agli studi del giovane Gavino, compiuti fino alla V Ginnasio.
      Era il 1962 quando per la prima volta Gavino si ribella al padre, allontanandosi definitivamente da casa per andare ad insegnare in una scuola a Salerno.
      “Questo testo tratta attraverso la forma autobiografica degli usi e costumi della Sardegna del secondo dopoguerra e propone un’analisi sociale e psicologica del rapporto padre-figlio come padrone-servitore”.
      Se tutti facessero come il giovane Gavino, ci sarebbero meno padroni e più democrazia.

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