Le pitture Bizantine nella Chiesa “S. Atanasio il Grande” di S. Sofia d’Epiro

La liturgia dello splendore nel trionfo della luce e del colore

Pubblichiamo in questo post, il contenuto di un depliant, pubblicato in occasione dei dipinti eseguiti dal pittore  Nikos Giannakakis nella Chiesa “S. Atanasio il Grande” di S. Sof.ia d’Epiro (1977-82).

[Entriamo in una chiesa cristiana orientale, «bizantina», oggi o molti secoli fa. Ecco cominciare la liturgia eucaristica secondo l’antico e immutato rito, con una formula di glorificazione (dossologia) che dice: «Benedetto il regno del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Qui è già riassunta la concezione bizantina del culto: la liturgia esprime la realizzazione del regno. Dio Trino è presente e operante, Dio regna; e perciò l’uomo, redento, restaurato a immagine di Dio, può finalmente celebrare i divini misteri e glorifica il Signore per la sua opera che supera la stessa comprensione umana. Del resto, la stessa architettura, la pittura, la distribuzione degli spazi nel tempio e i vari momenti della liturgia corrispondono a questa concezione. La chiesa infatti, dev’essere segno del cielo sulla terra ed è dominata dal colore dalla luce e dall’armonia, a significare che il disordine e la tristezza sono finiti, poichè il peccato e il timore della morte sono stati vinti dalla resurrezione di Cristo.
PantokratòrEd eccolo, il Cristo vincitore e onnipotente, Pantokratòr: la sua immagine, in innumerevoli chiese di stile bizantino dall’Asia Minore fino a Monreale, riempie di sé le cupole e le absidi, quasi soggiogando con la sua maestà l’animo di ognl fedele, che si sente in presenza del Re e partecipe del Regno.
L’imperatore orientale Leone IV il Sapiente (886-912), guardando appunto il Cristo Pantokràtor nella cupola di un monastero di Costantinopoli, disse: «Si direbbe di vedere non un’opera d’arte, ma Colui stesso che, apparso nella natura umana, osserva e governa l’universo».
Nella chiesa bizantina si è innanzi tutto in presenza di Cristo – non crocifisso come nelle chiese latine, ma in trionfo – che ricapitola tutti nel quadro della creazione nuova.
Nel catino dell’abside centrale, Maria Madre di Dio (detta Platitèra, che significa più ampia dei cieli, perche ha contenuto Colui che i Cieli non possono contenere) tiene tra le mani il Cristo nel gesto di presentarlo all’assemblea; e quest’immagine è anche segno dell’opera di evangelizzazione e di missione della Chiesa tutta intera.

Perchè nelle Chiese bizantine non ci sono statue

Al di sotto di Cristo e della Madonna, ecco le icone dei santi – disposte secondo criteri rigidamente stabiliti – che invitano i fedeli a una continua trasfigurazione, a imitazione appunto dei santi, fino a far trasparire anche dal loro volto l’immagine printitiva, l’icona secondo cui l’uomo è stato creato. Mancano invece le statue, nelle chiese bizantine, quasi per indicare la vittoria dello spirito «senza spessore» sulle tendenze malvagie della corporeità.
In questo ambiente si celebra il mistero rivelato, marcato da una forte accentuazione della resurrezione di Cristo, essa determina l’atmosfera serena dell’intero culto bizantino, che è sempre proiettato verso il futuro: nella celebrazione eucaristica, infatti, si «commemora» non solo ciò che è già avvenuto, cioè l’opera del Redentore, ma anche l’avvenire, cioè la seconda venuta di Gesù, verso la quale il credente è in corsa rapida.
Questa familiarità col mistero non fa dimenticare la trascendenza di Dio. Anzi, i gesti liturgici la rilevano fortemente; e la sottolinea poi in massimo grado l’architettura del tempio, con la sua caratteristica così sorprendente per i cattolici: il luogo dell’altare, il santuario, è separato (o forse è meglio dire «distinto») dal resto del tempio per mezzo di una parete trasversale coperta di icone (e detta perciò iconostasi) con tre porte, attraverso le quali si comunica dalla navata al santuario: in quest’ultimo entrano solo i celebranti, agli altri è vietato l’ingresso anche quando non vi è liturgia. Le tre porte hanno tende che restano ugualmente chiuse: si apre quella centrale quando si celebra, ma in particolari momenti del rito, la si chiude, per sottolineare l’aspetto dl mistero che si va compiendo: Cristo si è rivelato a noi allo stesso modo, sotto un ‘velo’ che era quello della carne.
Ed eccoci al punto centrale della liturgia eucaristica. Sopra una patena (detta diskos) si prepara il pane destinato alla consacrazione, che viene chiamato amnòs, cioè Agnello. Ma accanto ad esso, ecco il celebrante disporre altre particelle di pane: la prima in memoria della Theotòkos, cioè di Maria Madre di Dio; particole più piccole, poi, ricordano gli angeli, i profeti, gli apostoli i santi Padri, i martiri, i monaci santi, i taumaturghi e gli anàrgiri (cioè i Santi che curavano gratuitamente), tutti i santi in genere e poi S. Giovannni Crisostomo, oppure S. Basilio (a seconda che si celebri la liturgia ispirata dall’uno o dall’altro), infine, sotto l’amnòs, altri frammenti ancora ricordano i vivi e i morti secondo le intenzioni del celebrante e le richieste dei fedeli e il vescovo del luogo, I fondatori della chiesa in cui al celebra e tutti i defunti.
Questa patena con tante particelle di pane rappresenta dunque la comunione piena di tutti i credenti in Cristo e la Chiesa tutta intera; ciò fa anche capire meglio la concezione orientale secondo cui l’Eucaristia fa la Chiesa.
L’azione eucaristica vera e propria incomincia, come nella Chiesa latina col dialogo tra celebrante e fedeli, che sono invitati a elevare i cuori e a rendere grazie al Signore. (Intanto viene chiusa la tenda della porta centrale dell’iconostasi) e si conclude con la comunione dei celebranti e dei fedeli, col pane e col vino.
Alla fine, uno dei celebranti, accompagnato da un diacono, esce dal santuario e si porta davanti all’iconostasi, dove recita la preghiera di benedizione per l’intero popolo, il quale risponde cantando: «Sia benedetto il nome del Signore da questo momento e per l’eternità».
La liturgia era iniziata con la benedizione al regno del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; essa termina con la benedizione del nome del Signore.
Là è il regno di Dio dove il nome di Dio è invocato e benedetto.

Gli affreschi bizantini

In qualità di esecutore di affreschi bizantini ho l’obbligo di dare qualche spiegazione sulle particolarità e il significato dogmatico e teologico della pittura bizantina. Scopo della pittura sacra fin dal principio era al servizio della Chiesa. La pittura sacra appare non come arte fine a se stessa, ma in funzione della Chiesa. Lo scopo ovviamente non è materiale ma spirituale. Attraverso l’arte si insegna in vari modi il difficile cammino di ogni uomo che lotterà contro tutte le forze del male fino al martirio, come è avvenuta per Cristo, gli Apostoli e i martiri della fede, personaggi che la Chiesa presenterà come esempi atti a guidare ogni uomo nella prova.
A tal fine, la Chiesa richiede l’ausilio della pittura. Nei primi secoli quando le persecuzioni erano numerose, attraverso simboli semplici -pesce, agnello, vite, àncora, ecc. – i fedeli cominciano a comprendere il signifiato della nuova fede come speranza di resurrezione e di immortalità. Con la diffusione del Cristianesimo la Chiesa si impegna ad esprimere e a rendere più comprensibile la sua storia a così la pittura sacra da simbolica diviene storica: nelle chiese cominciano ad essere narrati con la pittura i fatti della vita di Cristo, della Madonna, dei santi martiri. Scopo della pittura bizantina non è la rappresantazione di avvenimenti terreni relativi ai suddetti personaggi, perché questi temi non vengono rappresentati ma resi intuibili dalla pittura.
Il suo oggetto non è il bello naturale, corruttibile, ma la proiezione dell’incorruttibile, del semplice, dell’immortale. Scopo della pittura bizantina è la raffigurazione della categoria del santo, dell’idea del bene.
Il bello non si definisce con la conformazione naturale degli oggetti e delle persone, ma con il loro contenuto interiore. Quest’arte non copia né la natura né la struttura reale ne il colore, pur accogliendo gli elementi tecnici e artistici indispensabili alla raffigurazione della spiritualità della fede.
Le figure del mondo celeste vengono descritte in modo diverso da quelle viventi nel mondo presente, prive del conntenuto spirituale e della grazia. Alle prime si attribuisce infinita spiritualità, si elimina, per quanto è possibile, il volume, il peso, allo scopo di dimenticare il corruttibile. La pittura bizantina con le sue intense caratteristiche – grandi occhi, naso lungo, ecc. -, con la raffigurazione frontale dei santi, ecc., esprime la profondità, cioè il contenuto spirituale della Weltanschauung cristiana. I grandi occhi e le caratteristiche enormi esprimono tutta l’intensa vita spirituale dei soggetti raffigurati. La posizione frontale dei santi significa l’immediato contatto delle figure sacre con i fedeli.
Arte figurativa con profondi concetti, la pittura bizantina non si rivolge solo al sentimento ma soprattutto allo spirito. Non persegue l’impressione momentanea e passeggera, ma la comunicazione stabile e continua. Quest’arte ha il potere di esprimere la profondità, fuggendo gli elementi superficiali per non alterare la sua essenza. Aborrisce la raffigurazione delle cose sacre con la loro realtà fisica e persegue con l’astrazione l’espressione della realtà spirituale che costituisce la realtà suprema. La struttura particolare della pittura bizantina è interessante per la comprensione del contenuto di quest’arte. Le figure non debbono diventare ritratti, cioè immagini perfette di uomini reali, ma creazioni di particolare concezione strutturale tese ad allontanare lo spettatore dall’effimero e dal corruttibile del mondo e a imporre l’idea della creatura rigenerata del mondo immortale.
La tecnica della schematizzazione dei particolari delle figure non è compresa da molti a causa della sua particolarità. Gli occhi, il naso, le orecchie e generalmente gli organi di senso non vengono resi secondo la loro anatomia naturale, ma generalmente alterati, perché ogni cosa, ricevendo e accettando la divina rivelazione, ha subito questa alterazione – la schematizzazione. Le teste dei santi sono circondate dall’aureola che indica la gloria raggiante della figura rappresentata e circonda la testa come centro dello spirito, del pensiero, della ragione. Spesso le dita delle mani sono enormi, esprimendo così la tensione spirituale del personaggio raffigurato. Esempio caratteristico, l’indice del Precursore puntato senza tener conto della verità naturale, au Cristo che viene a ricevere il battesimo. Il dito è esageratamente grande per indicare la grandezza di Cristo e della sua opera. Quanto al nudo, nella pittura bizantina la materia è subordinata allo spirito e cosi si ottiene la conformazione di corpi senza nulla di terreno e di carnale che vengono ricondotti all’alta idea che l’arte tenta di esprimere.
Segno caratteristico del panneggio è precisamente la schematizzazione geometrica corrispondente ai volumi delle membra. Così si eliminano le pieghe naturali (cioè non si imita la forma dei vestiti dell’uomo comune) e si conferisce spiritualità e grazia tanto al vestito quanto al corpo che esso ricopre. A ciò contribuisce l’illuminazione irreale che con la sua intensità non solo dà l’impressione della smaterializzazione della forma, ma fa risaltare la luminosità e lo splendore del mondo spirituale.
Cio che caratterizza i volti, i nudi, i vestiti, caratterizza naturalmente anche l’ambiente rappresentato dalle scene sacre. Gli elementi strutturali dell’ambiente (monti, case, alberi) sono definiti allo stesso modo in cui si raffigurano lo spazio delle immagini sacre e lo sfondo in cui si ordinano le forme, i temi iconografici, gli episodi. Si osserva generalmente che mai nella pittura bizantina si riproduce l’ambiente in modo naturalistico. Non si dà significato e valore al problema dello spazio circostante come fondamentale mezzo espressivo dell’arte. L’interesse della pittura bizantina è limitato al personaggi sacri. Lo sfondo delle immagini, gli elementi architettonici, i monti ecc., sono subordinati ai personaggi che svolgono un ruolo primario. Così lo sfondo non compare indipendente dalla configurazione dei personaggi, ma si armonizza sempre con essi.
L’interesse è rivolto al mondo sovrumano e tuttavia anche questo mondo costituisce per essa un dato, poichè l’uomo possiede un corpo mortale e un’anima immortale e partecipa quindi di due mondi. Come la religione, anche l’arte si interessa tanto della realtà del mondo quanto della realtà del divino. Come la religione, anche l’arte pone in primo piano la realtà spirituale e tuttavia non si disinteressa della realtà del mondo che diventa presupposto per il raggiungimento dello spirituale. Cristo e i santi partecipano dei due mondi: appartengono al mondo dell’eternità, ma con la loro esistenza storica si congiungono anche con il mondo terreno.

Illustrazione delle opere

 

Per aiutare il visitatore, daremo un breve cenno esplicativo dei soggetti sacri dipinti. Entrando nella Chiesa, dalla porta centrale, incominciamo la visita dalla parete destra verso l’iconostàsi, cioè verso l’interno. (ICONOSTASI: tramezzo che divide il VIMA (Presbiterio), dalla chiesa propriamente detta. Porta immagini (icone) e voti, tipico delle chiese bizantine. In tutte le Chiese bizantine vi è raffigurato, in genere, il Cristo, la Madonna e San Giovanni Battista ed il protettore della Chiesa stessa).

Poi ritorniamo nell’ingresso per ammirare i dipinti della parete sinistra, proseguendo sempre verso l’iconostàsi. Invece, i dipinti della volta, per ragioni liturgiche, li analizzeremo incominciando dall’arco sopra l’iconostàsi, verso l’ingresso (a ritroso).
Infine, descriveremo i dipinti del VIMA (Presbiterio), che è il luogo riservato al Clero e dove si svolgono le funzioni sacre.
– La prima immagine della parete destra mostra l’arrivo a Santa Sofla d’Epiro dei primi profughi albanesi, che portano in trionfo l’icona dl S. Atanasio il Grande, loro Protettore.
– La seconda rappresenta un momento della tanto travagliata vita di S. Atanasio, quando, già Vescovo, si trova davanti ai giudici e viene accusato di magia (Seduto in trono, il giudice reale Archelao).
– La terza immagine rappresenta la Dormizione (per la Chiesa latina Assunzione) di Maria Vergine, circondata dagli Apostoli e Gerarchi, con al centro il Cristo in gloria (rappresentata questa dall’arco costellato), che tiene in braccio l’«anima della Madonna», sotto forma di bambina.
– Nella quarta immagine viene rappresentata la Pentecoste. I dodici Apostoli ricevono lo Spirito Santo sotto forma di lingue di fuoco. Nella parte inferiore, nell’arco, si vede un uomo vecchio il quale simboleggia il ‘vecchio mondo’ che è stato vinto e superato da Cristo. Il Vecchio porta sulle mani distese una tovaglia con sopra disposti dodici rotoli di pergamena a significare la capacità degli Apostoli di poter parlare molte lingue, per la diffusione della Buona Novella fra tutti i popoli. Sui fondo è da notare la ripartizione del cielo, mare e terra, nella concezione globale del mondo intero.
– Nella quinta e ultima lunetta, sempre della parete destra, troneggia Cristo, sommo ed eterno Sacerdote, affiancato da due angeli in preghiera.
La parete destra fa angolo con l’arco dell’iconostasi ed in questo spazio è dipinta l’immagine del profeta Salomone.
– Riprendendo la visita dalla porta centrale, la parete sinistra comincia con la ‘dormizione’ (la morte) di S. Atanasio, affiancato da due angeli che portano incenso e ceri accesi, simboli della morte.
– Nella seconda immagine vi sono raffigurati i Padri del 1° Concillo Ecumenico di Nicea (325) al quale prese parte S. Atanasio, essendo ancora diacono (Ultimo a destra, mentre scrive il Credo, di cui fu tenace difensore). Di sotto, nell’arco, è raffigurato Ario in atteggiamento pensieroso, il quale fu l’iniziatore dell’eresia trinitaria e cristologica.
– Nella terza lunetta ammiriamo la resurrezione di Lazzaro. Si nota Lazzaro mentre esce dal sepolcro e le sue sorelle che distendono a terra delle vesti su cui fanno camminare il Cristo. Al di sopra e raffigurato un gruppo di Farisei, increduli all’avvenimento,
– Nella quarta vi è raffigurata la deposizione di Cristo dalla croce, il cui sangue cade su un teschio, simbolo di Adamo ed in lui, di tutto il genere umano che viene liberato dal peccato originale.
– Per ultimo è rappresentato il sacrificio di Abramo, il cui braccio viene fermato dall’angelo ed il figlio Isacco sostituito da un capro.
Anche la parete sinistra fa angolo con l’arco dell’iconostasi ed in questo spazio è dipinta l’immagine del Profeta Davide.
Come abbiamo detto all’inizio, per ragioni liturgiche spiegheremo i dipinti della volta, cominciando dall’arco posto sopra l’iconostàsi. Quindi, nell’arco sopra l’iconostàsi, dalla parte destra verso sinistra, nell’interno, possiamo ammirare, in un’immagine rettangolare, S. Paolo Apostolo ed in quadro piccoli tondi, i Profeti Giona, Isaia, Elia e Geremia. Opposta a quella di S. Paolo, un’altra immagine rettangolare raffigurante S. Pietro Apostolo (Il significato delle due colonne basilari della Chiesa).
Al centro della parte superiore dell’arco, sopra l’iconostàsi, ammiriamo l’ospitalità di Abramo, simbolo della SS. Trinità.
Le due immagini dell’arco di destra e di sinistra, formano la Annunciazione dell’angelo a Maria Vergine.
– Al centro del primo arco, in un grande medaglione, si ammira la nascita di Cristo. A destra, a contatto con il cornicione, la liberazione di un indemoniato; a sinistra, dalla parte opposta, Cristo e la Vergine, presenti alle nozze di Cana.

-Nel secondo arco, in un altro grande medaglione, è raffigurata la Presentazione di Gesù al Tempio.
– Nel terzo arco, la trasfigurazione di nostro Signore Gesù Cristo sul monte Tabor. Gesù parla con Elia e Mosè. Sono presenti tre Apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, abbagliati dal fatto straordinario. A destra, a contatto col cornicione, Cristo che incontra la donna Samaritana al pozzo di Giacobbe. A sinistra, nella parte opposta, Cristo guarisce il paralitico nella piscina probatica.
– Il quarto medaglione rappresenta Cristo Crocifisso, salvezza del genere umano. Si notano gli inferi e sotto, il teschio di Adamo, simbolo della salvezza di tutto il genere umano.
– Il medaglione sopra l’ingresso, il quinto della serie, rappresenta la Resurrezione di Cristo che discende nell’inferno per liberare i Giusti dell’Antico Testamento.
A destra, sopra il cornicione, Cristo dà la vista ad un cieco. A sinistra Cristo risuscita la figlia di Giairo.
Come abbiamo detto prima, per ultimo visitiamo il VIMA (Presbiterio); sulla volta, sopra l’altare è dipinto Cristo che ascende in cielo, ammirato, a destra e a sinistra, dagli Apostoli.
Nell’Abside, a destra e a sinistra, è rappresentata la sacra liturgia con Cristo e gli Angeli.
Nella parte inferiore dell’abside, vi sono raffigurati i più noti Gerarchi della Chiesa Orientale. Da destra, verso l’iconostàsi troviamo: S. Giovanni Crisostomo, S. Cirillo, S. Gregorio, S. Andrea, S. Ignazio e S. Spiridione.
Nella parte sinistra, verso l’iconostàsi, troviamo: S. Basilio il Grande, S. Ambrogio, S. Nicola, S. Pietro, S. Leone e S. Germano.
Gli angeli a sei ali, posti al di sopra di ciascuna icona delle pareti laterali, simboleggiano la visione del Profeta Isaia e vengono detti EXAPTERIGA (SEI ALI).
… l’anno della morte del re Ozia, vidi il Signore seduto sopra un trono alto ed elevato, le estremità delle sue vesti riempivano il Tempio. Dei Serafini stavano davanti a lui; ciascuno aveva sei ali: con due si coprivano la faccia, con due i piedi e con due volavano. (Cap. 6. Is.).

Come creatore di queste opere, come operatore dello spirito e della nobile espressione dell’animo che si chiama «pittura», la quale costituisce la gioia della vita, l’esperienza più vera e la più ideale espressione della superiorità umana, sia nello spazio che nel tempo e ti fa sentire che non sei un insignificante baco da seta, ma un superbo uccello che sempre più cerca di salire in alto, lontano dalle cose effimere, lontano dai discorsi ripetuti e pedanti e si pone al di sopra delle volgarità e delle cattiverie umane, sento il bisogno di offrire questa mia personale spiegazione delle opere eseguite come ringraziamento alla intera cittadinanza di Santa Sofia d’Epiro ed al suo Parroco Don Giovanni CAPPARELLI. Essi con la loro amicizia, la loro ospitalità e gentile partecipazione morale, (indispensabile sostegno per un Artista), mi hanno dato la possibilità di creare su questi muri bianchi e freddi, dare vita e spirito e stabilire con questa mia opera uno spirituale e ideologico dialogo, fra il Popolo e l’Artista.
In un piccolo angolo del mio cuore, ho messo un Paese, con i suoi abitanti, che si chiama Santa Sofia d’Epiro.
Su questi muri dipinti, ho lasciato una parte della mia anima].

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