L’identità arbëreshe / 1

L’arbrisht, da oggetto di tutela e risorsa della legge 482/99, allo sviluppo della lingua letteraria albanese, dell’altra sponda… E io pago!…

Il caso di alcuni sportelli linguistici “di sta cippa!” e non solo.

di Italo Elmo

Assistiamo da più tempo ad un processo di infiltrazione forzata della lingua shqipe tra la popolazione arbëreshe.
Quattro gatti (perché, quattro sono!…) che decidono di far abbandonare per motivi utilitaristici, in favore della lingua shqipe, parlata in Albania e dintorni – (peraltro invasa da turchismi, francesismi, italianismi, e chi più ne ha, più ne metta!,) – parte dell’antico idioma degli albanesi in Italia, che si parla dai tempi di Giorgio Castriota Scanderbeg.
Che vi siano contrasti di legittimità o illegittimità della giurisprudenza costituzionale nei rapporti tra Stato e Regioni, in merito all’uso delle lingue delle minoranze linguistiche storiche per violazione dell’art. 6 della Costituzione con i principi fondamentali di cui alla legge n. 482 del 1999, emerge in modo chiaro dall’applicazione della legge suddetta, nei territori in cui vi è una sufficiente presenza di cittadini appartenenti alla minoranza stessa.
Altri, prima di noi, hanno posto puntualmente in evidenza la questione, come ad esempio in primis, il periodico Jeta Arbëreshe, che al problema ha dedicato numerosi articoli per sensibilizzare l’opinione pubblica, le scuole, gli studenti, le istituzioni.

Ci poniamo alcuni semplici interrogativi:
a) Gli Arbëreshë in base a quale principio territoriale sono stati inseriti nella Legge 482/99?
b) In Arbëria c’è una sufficiente presenza di cittadini appartenenti alla minoranza stessa?
c) La Legge 482/99 è stata istituita per la salvaguardia e tutela della Lingua Arbëreshe ((Gjuha Arbërishte), e per gli Arbëreshë oppure per la tutela della lingua shqipe e degli albanesi d’Albania?

Come tutti pensano e immaginano, se ognuno trae le risposte che ne possono scaturire, allora, come mai viene imposto in modo forzato l’albanese standard d’Albania, quando è stato dimostrato da numerosi linguisti, insegnanti e cultori arbëreshë, che le parole comuni in uso nelle comunità arbëreshë potrebbero favorire “un codice linguistico unitario come necessità e ufficialità verso le istituzioni”?
Anche perché, se non fosse così, come mai si continua a scrivere ancora oggi in lingua arbëreshe, per esempio in Jeta Arbëreshe, Katundi Ynë, Kamastra, Lidhja, ecc.?
Come mai vengono prodotti continuamente testi teatrali in lingua arbëreshe in Calabria, in Sicilia e altrove?
Come mai lo Sportello Linguistico dell’Area Arbëreshe del Molise, adotta l’uso della lingua arbëreshe come patrimonio da trasmettere alle nuove generazioni?
Ma alcuni linguisti, si sa, “non sono riusciti a dare risposta a questa evidente necessità degli arbëreshë”, optando per la semplicistica e orrenda soluzione dell’albanese standard d’Albania.
Come mai?
Ognuno al tema, in questi anni, ha dato le sue risposte, qui di seguito riassunte le principali:

a) La Legge 482/99 è stata finora usata e gestita solo per intascare soldi e nient’altro;

b) Alcuni sindaci delle comunità arbëreshë, che ospitano gli Sportelli Linguistici comunali, anzichè ribellarsi, sono in piena sintonia e compartecipi con i veri responsabili del genocidio linguistico in atto in Arbëria, favorevoli, perciò, all’uso dell’albanese standard d’Albania, contravvenendo allo spirito della Legge 482/99. Proprio i sindaci dovrebbero, invece, sollevarsi per far rimuovere dai siti web delle municipalità i contenuti culturali espressi in lingua standard albanese d’Albania, per convertirli invece nella matrice linguistica della comunità arbëreshe di appartenenza.

c) Non sono le famiglie e i loro figli a rifiutare l’insegnamento della lingua arbëreshe come si vuol far credere; non sono gli insegnanti a rifiutare l’uso della lingua arbëreshe nella didattica, ma sono le solite “persone illuminate” (poche per fortuna) che “dicono cose intelligenti” e che hanno deciso, per motivi utilitaristici, di far abbandonare l’antico idioma, declassato a dialetto.
Prova ne sia che agli insegnanti e agli sportellisti sia stato imposto l’uso della lingua shqipe nella pratica di insegnamento e nella scrittura dei vari contenuti culturali, cartacei e digitali in quasi tutti i comuni e nell’ex Provincia di Cosenza.
In sostanza, capita che la mediazione linguistico-culturale, nelle scuole e negli sportelli linguistici, venga camuffata con iniziative di recupero delle antiche tradizioni che nulla hanno a che fare, però, con la tutela della lingua, che necessita dell’insegnamento della parlata arbëreshe locale e l’uso dell’arbrisht nella produzione dei contenuti culturali, sia cartacea, sia digitale, in sintonia con quanto dettato dalla Legge 482/99 (1).

d) Aggiungiamo noi: che senso ha recuperare le tradizioni culturali del paese, facendole conoscere in una lingua che non appartiene alla comunità?
Senza scomodare il grande linguista Tullio De Mauro, diciamo, che questo modo di fare è un obbrobrio. Una cacata pesante, sciolta in tutta l’Arbëria, per dirla semplicisticamente!

Non è un’ingiuria o un’offesa all’onore, al decoro e alla dignità personale, ma un monito contro alcuni personaggi che rivestono un ruolo pubblico in ragione di particolari responsabilità o attività professionali, contro le balorde decisioni prese in merito all’uso dell’albanese standard d’Albania come pratica quotidiana da adottare nelle scuole e negli sportelli linguistici delle comunità arbëreshë, in contrasto con quanto sostenuto dalla Legge 482/99 citata.
Che ci sia una volontà politica ben precisa è ormai chiaro a tutti: la lingua albanese d’Albania elevata a prima lingua da adottare nelle scuole, nelle insegne, negli Sportelli Linguistici, nei manifesti, nei depliants, nelle brochure, ecc., ecc.
Dell’arbrisht neanche l’ombra, declassato e relegato a povero e misero dialetto, quindi da non trasmettere più alle nuove generazioni. Stare accanto alla lingua arbëreshe, piuttosto che alla lingua nazionale d’Albania, considerata più utile e prestigiosa, viene considerato una vergogna!
Ma guarda un po’ che fine ha fatto parte dell’antico idioma dei tempi di Scanderberg! …Roba da non crederci!…
Aspettano, in definitiva, l’estinzione della lingua arbëreshe con il decesso dell’ultimo anziano nativo per soffocare gli ultimi residui linguistici in modo da non trasmettere più a nessuna generazione l’uso dell’antico idioma.
Il nostro sogno, invece, è quello di vedere un giorno in tutti i siti web degli Sportelli Linguistici dell’Arbëria, in Calabria, come altrove, la riuscitissima e grandiosa pubblicità dalle mille emozioni, adottata in Molise, che ti fa sentire arbëresh dentro e fuori.
Così recita:

“Oltre cinquecento anni fa gli Ottomani conquistarono i Balcani. Interi villaggi furono rasi al suolo e la popolazione, disperata, attraversò l’Adriatico per trovare rifugio in Italia.
Ripopolarono casali e borghi distrutti da terremoti e pestilenze.
Costruirono mura difensive e rifondarono interi villaggi. Anche in Molise.
Cinquecento anni dopo, di quell’esodo rimane solo il suono. Un suono antico e fiero, prezioso e semplice: la lingua arbëreshe.

Che cosa è l’arbëresh?

L’arbëresh non è l’albanese.
E’ una lingua antica che porta indietro nel tempo.
E’ una lingua che non è l’italiano nè il dialetto.
E’ un patrimonio inestimabile di tradizioni, scrigno della memoria”.
L’arbëresh è il colore delle dolci colline molisane,
dove ancora oggi riecheggia l’antica lingua, custode di segreti e di emozioni”.

(Tratto dal sito web, http://www.sportellolinguisticomolise.it/, Sportello Linguistico Regionale – Legge 482/99 artt. 9-15) – Area Arbëreshe).

Sportelli linguistici in Molise

Per concludere, rimanendo sempre in terra molisana, bellissima l’espressione di Fernanda Pugliese, che durante una intervista ha dichiarato:

“Vuoi sapere in che lingua sogno?
Io sogno in arbërisht! Per venti generazioni noi Arbëreshë abbiamo mantenuto la lingua dei nostri padri, la lingua dei sogni …”.

(Tratto da: http://arberianews.blogspot.it/2012/02/larberisht-patrimonio-della-nostra.html).

Giliberto Salvi segnala in modo particolare, il Vocabolario polinomico e sociale italiano-arbrësh, realizzato dagli sportelli linguistici molisani, con la supervisione del Professor Giovanni Agresti dell’Università di Teramo e di Fernanda Pugliese della rivista Kamastra.
Il Vocabolario è disponibile per download gratuito, mentre per il cartaceo bisogna rivolgersi ad Agresti.
Nella pagina http://www.mnamon.it/ebook/studiare-con-il-tablet/vocabolario-polinomico-e-sociale-italiano-arberesh/ si trova ogni dettaglio di quest’opera egregia e, a quanto mi risulta, unica.

In Calabria e altrove, vogliono farci sognare, invece, in lingua shqipe: baklava, namaz, ramazan, ilàc, kurban, parà, sadaka, vakef, ibadet, gjymah, xhehenem…e chi più ne ha, più ne metta!…
Ma che razza di lingua è? Anche Scanderberg si sarebbe sollevato contro questi turchi…smi!..,

 

Note:

L’articolo 4 della Legge 15 Dicembre 1999, n. 482 ” Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche “, così recita:
“1. Nelle scuole materne dei comuni di cui all’articolo 3, l’educazione linguistica prevede, accanto all’uso della lingua italiana, anche l’uso della lingua della minoranza per lo svolgimento delle attività educative. Nelle scuole elementari e nelle scuole secondarie di primo grado é previsto l’uso anche della lingua della minoranza come strumento di insegnamento”.
e continua:
“2. Le istituzioni scolastiche elementari e secondarie di primo grado, in conformità a quanto previsto dall’articolo 3, comma 1, della presente legge, nell’esercizio dell’autonomia organizzativa e didattica di cui all’articolo 21, commi 8 e 9, della legge 15 marzo 1997, n. 59, nei limiti dell’orario curriculare complessivo definito a livello nazionale e nel rispetto dei complessivi obblighi di servizio dei docenti previsti dai contratti collettivi, al fine di assicurare l’apprendimento della lingua della minoranza, deliberano, anche sulla base delle richieste dei genitori degli alunni, le modalità di svolgimento delle attività di insegnamento della lingua e delle tradizioni culturali delle comunità locali, stabilendone i tempi e le metodologie, nonché stabilendo i criteri di valutazione degli alunni e le modalità di impiego di docenti qualificati”.
e ancora l’articolo 10:
“1. Nei comuni di cui all’articolo 3, in aggiunta ai toponimi ufficiali, i consigli comunali possono deliberare l’adozione di toponimi conformi alle tradizioni e agli usi locali”.

One thought on “L’identità arbëreshe / 1

  1. La colpa di tale disfatta sta nelle responsabilità di coloro che immaginavano di avere ispirazioni sotto il sole della sibaritide e dell’adriatico osservando il paese di fronte, e trovare la continuità, ideomatiche ritenendo che il sociale, l’antropologico, l’ architettonico non fossero cosa per gli arbereshe, in poche paroole un popolo di sola favella e senza arti.
    “Bisognava cercare prima sotto al naso in casa propria a quello del vicino e poi andare sulle spiagge del tirreno e guardare le nazioni dominati ad Ovest.”
    Questo suggerii venti anni fa, suggerii e ricevetti sorrisi ironici, questo ribadisco oggi 10 novembre la vigilia della tragica fine del più grande letterato d’arberia L’Arbëreshë Pasquale Baffi.

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